Powerset by Wikipedia
Powerset by Wikipedia
L’enciclopedia più cliccata della rete, la fonte di ogni sapere, rapida, ricca di approfondimenti e collegamenti, dai contenuti completi, semplici ed esaustivi ha dato alla luce un anticipo di quello che sarà il motore di ricerca che potrebbe diventare presto un temibile avversario di google, il suo nome è Powerset.
A differenza degli ormai celebri e utilizzati motori di ricerca quali Yahoo e Google, la nuova motrice del sapere, Powerset, analizza la semantica delle parole attraverso il loro significato e non solo dando un elenco di possibili contenuti all’interno di infiniti siti ma anche dividendo i testi secondo tre precisi criteri: Discover Factz, Unlock Meaning e Scan Summaries.
Discover Factz elenca gli argomenti e le parole collegate al termine digitato per la ricerca, creando una profonda rete di collegamenti all’enciclopedia di Wikipedia, nel caso che questa sia una singola parola e sia che una frase con più parole, analizzando ogni singolo vocabolo.
Unlock Meaning ricerca i fatti più importanti relativi ai termini digitati per la ricerca, fornendo risposte approfondite a domande poste sulla ricerca selezionata.
Scan Summaries approfondisce l’argomento selezionato nella ricerca e il relativo sommario degli argomenti correlati al medesimo soggetto.
I risultati che fornisce il motore di ricerca di Powerset, attualmente non sono considerati ad alta precisione in quanto la query fa ferimento solo ai contenuti di Wikipedia.
Il rodaggio della novità sarà sicuramente un momento di profonda tensione per i creatori di Powerset giungendo all’esito definitivo per conoscere l’esistenza di un possibile sviluppo di ulteriori motori di ricerca basati sullo stesso procedimento di analisi dei contenuti.
Appena nato e sembra che il progetto Powerset sia già in vendita e nei corridoi della tecnologia circola la voce che gli investitori della new entry stiano analizzando tale ipotesi e tra i possibili compratori spicca il nome di Microsoft, ancora alla ricerca di un mastino per combattere il fenomeno di google.
Web analytics dal volto umano
Utilizzare il tool giusto per la web analytics non basta; l’elemento cruciale del vostro programma di web analytics è rappresentato dalla persona addetta al suo utilizzo.
Un programma di web analytics è in grado di registrare dati in maniera automatica, questo è certamente vero. Tuttavia, per consentire al programma di lavorare al pieno delle sue possibilità è necessario che dietro ci sia una persona capace di ottimizzarne le potenzialità.
Un bravo analista web deve innanzitutto saper scegliere il programma di web analytics giusto. Non parliamo del programma di analisi più utilizzato né del programma più costoso e completo, bensì del tool più rispondente alle esigenze dell’azienda, quello capace di registrare in maniera esauriente i dati che si reputa siano vitali per lo sviluppo di un determinato piano aziendale.
Premessa
Scelto il programma di analisi, bisogna stabilire un piano di lavoro. La web analytics è quasi sempre abbinata ad importanti progetti di web marketing. Essa rappresenta il primo passo verso l’elaborazione di un completo Internet Business Plan e per questo la sua gestione non deve assolutamente essere affidata alla persona sbagliata. L’analista avrà un ruolo ed una responsabilità cruciali all’interno dell’interno progetto. Ecco perché la scelta deve ricadere su chi dimostra di comprendere a pieno gli obiettivi strategici definiti dall’azienda, le specifiche aziendali e il business plan globale.
Attuazione
L’analista, al fine di ottimizzare l’uso del programma prescelto, dovrà avere una perfetta conoscenza della tecnologia con la quale si troverà ad interagire. Egli dovrà, innanzitutto, essere in grado di leggere ed interpretare i cosiddetti Key Performance Indicator e valutare per ogni singolo indicatore la sua effettiva aderenza rispetto agli obiettivi imposti dal piano di sviluppo aziendale.
All’analista non viene richiesta solo una grande padronanza nell’uso della tecnologia che egli a disposizione, ma una profonda conoscenza della realtà aziendale di cui egli è parte integrante. Per semplificare il discorso, un bravo analista deve saper scegliere il programma giusto ed anche quali dati raccogliere al fine di evitare pericolosi ritardi e costose perdite di tempo. Cosa intendiamo per “pericolosi ritardi”? Beh, se l’analista non si accorge in tempo che una determinata scelta strategica non porta a nessun risultato, anzi si mostra controproducente per l’azienda, i danni potrebbero essere davvero enormi.
Analisi e Ottimizzazione
E’ fondamentale che l’analista si mostri in grado di elaborare uno storico dei dati registrati dal programma. Elaborare uno storico dei dati significa chiarire quali elementi, quali linee di condotta, quali strategie si sono mostrate più redditizie nel corso degli anni per una determinata azienda. La registrazione di trends differenti, nelle differenti stagioni aziendali, fornirà dati utili per l’ottimizzazione del nuovo web plan.
Ovviamente, questo non basta. Le nuove strategie dovranno essere costantemente monitorate al fine di individuare errori o imprecisioni che potrebbero compromettere l’intero progetto. Un esempio concreto può essere rappresentato dall’implementazione all’interno del sito di nuove landing page per il lancio di nuovi prodotti o servizi. Il programma di web analytics dovrebbe consentire all’analista di individuare l’efficacia delle nuove landing. In altri termini, quale effetto esse hanno avuto in termini di posizionamento del sito? Quale in termini di conversione utente/cliente? In questo caso particolare entreranno in gioco diverse componenti: il layout grafico della pagina, il suo contenuto, la presenza di call to action.
Training
“Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare“. Così recitava un antico proverbio. Un analista può affinare la sua tecnica solo attraverso la pratica. E’ indispensabile, tuttavia, che egli abbia appreso un metodo. La formazione attraverso corsi ad hoc può fornire l’ expertise necessario ad una perfetta interazione con il sistema di raccolta ed elaborazione dati.
Adozione Interna
E’ preferibile che l’analista entri a far parte dello staff interno dell’azienda. Solo così egli potrà sposare fino in fondo la mission del gruppo. Partecipando attivamente al raggiungimento degli obiettivi aziendali, egli godrà di stimoli maggiori. Inoltre, l’azienda potrebbe affidargli il compito di esporre periodicamente (molto più spesso di quanto accadrebbe se l’analista fosse un consulente esterno) al resto del team l’andamento della campagna attraverso l’analisi comparata dei dati raccolti. Messi al corrente dei dati, i membri del team avrebbero modo di valutare la reale efficacia delle strategie messe in atto fino a quel momento e stabilire se si tratta di strategie vincenti oppure no. Nella seconda ipotesi, si potrebbe procedere ad un tempestivo cambio di rotta.
(Liberamente tradotto da “Give web analytics the human touch“)
Pay per Click o SEO?
Non bisogna scegliere, ma integrare.
Circa un anno fa avevamo toccato l’ argomento “Campagne SEO vs Campagne Pay per Click“. Lo avevamo fatto a proposito di un’affermazione di Nick Stamoulis riguardo il carattere meno dispendioso – a suo dire – del Pay per Click rispetto al SEO in una campagna promozionale proiettata nel lungo termine.
Oggi faremo invece riferimento ad un interessante articolo, pubblicato su iMedia Connection da Alex Vasto:
Pay Per Click vs. SEO: wath’s the optimum mix?
Partendo dunque dal presupposto che le due strategie promozionali possano essere integrate fra loro, si cerca di individuare i fattori che, mixati nelle giuste dosi, consentono di elaborare un piano pubblicitario efficace in termini di ritorno sull’ investimento.
Tre i fattori individuati da Alex Vasto:
- TEMPO
- SPAZIO
- MESSAGGIO
Il fattore tempo
Mentre la strategia SEO offre i suoi frutti solo nel medio e lungo termine, una campagna pay per click ha il merito di rendere visibili i suoi risultati sin dal breve termine.
Il consiglio è dunque quello di sfruttare questo vantaggio temporale, utilizzando il pay per click per testare l’ efficacia di nuove keywords sul proprio target di utenza. Solo dopo aver effettuato questo test decideremo se inserire queste nuove keywords tra quelle utilizzate per il posizionamento tra i risultati organici del motore di ricerca.
Il fattore spazio
Una campagna pay per click ben integrata può raggiungere aree del web che una campagna SEO normalmente non può raggiungere. Pensate ad esempio ai collegamenti sponsorizzati presenti su portali promozionali a tema o su social network di settore.
Il fattore messaggio
Una discrepanza tra messaggio utilizzato in campagna pay per click e messaggio utilizzato in campagna SEO potrebbe essere fatale per la vostra strategia promozionale: l’ utente risulterebbe confuso e finirebbe con l’ ignorare il vostro messaggio del tutto.
Il pay per click potrebbe essere utilizzato per testare un nuovo messaggio promozionale, relativo magari ad una particolare offerta, ad un last minute o al lancio di un nuovo prodotto. L’ importante è creare una continuità tra il messaggio utilizzato nella campagna di keywords advertising e ciò che l’utente riscontra sul sito o nella description che segue il link al sito nei risultati organici.
Affare Microsoft-Yahoo: la reazione di Google
Una reazione che tutti aspettavano con ansia, quella di Google sull’ affare Microsoft-Yahoo.
A prendere la parola in un post pubblicato sul Blog Ufficiale di Google è David Drummond, Senior Vice President, Corporate Development and Chief Legal Officer:
“The openness of the Internet is what made Google — and Yahoo! — possible. A good idea that users find useful spreads quickly. Businesses can be created around the idea. Users benefit from constant innovation. It’s what makes the Internet such an exciting place.”
Questo è l’ incipit del post. Parole significative che provano due cose in particolare:
- Google mette l’ utente sempre al centro delle sue preoccupazioni. (A differenza di quanto ha fatto Ballmer, appellandosi al mondo dell’ advertising online ” sempre più dominato da un solo giocatore”)
- Google punta principalmente all’ innovazione ed al miglioramento del suo sistema di ricerca informazioni. (Anche in questo caso, l’ atteggiamento di Microsoft è differente: i “bisogni del consumatore” vengono solo citati da Ballmer che, al momento, preferisce concentrarsi sui “bisogni degli online advertisers”).
Certo, Google & Co non sono i templari della rete. Tuttavia, leggendo per intero il post di Drummond, non si può fare a meno di notare che i due colossi del web parlano lingue diverse. Forse quella di Google è – come dire? – più “user friendly“; mentre quella di Microsoft si potrebbe definire più “business oriented“.
Giudicate voi:
“We take Internet openness, choice and innovation seriously. They are the core of our culture. We believe that the interests of Internet users come first — and should come first — as the merits of this proposed acquisition are examined and alternatives explored.”
(David Drummond)
“La combinazione delle due compagnie offrirà una scelta competitiva, svilupperà benefici di scala e calmiererà i costi per gli inserzionisti”
(Steve Ballmer)
P.S. Nel frattempo, Yahoo! gioca a fare la preziosa, valuta altre offerte e trae vantaggio dalla mano tesa di Google. Tanto che Ballmer replica “sfida a Google con o senza Yahoo“.
Microsoft e Yahoo!. Atto terzo: proposta indecente
Succedeva a maggio 2007: il NYP annunciava un matrimonio in vista per Microsoft e Yahoo; pochi giorni più tardi arrivava già la smentita.
A meno di un anno di distanza, si ritorna a parlare di una fusione tra le due società.
Una fusione indotta dalla lotta comune all’egemonia di Google sulla gestione delle informazioni e dell’ advertising online.
La notizia, se pure priva di quel clamore tipico degli scoop giornalistici, non manca di suscitare scalpore.
Microsoft sembra fare davvero sul serio questa volta e lancia a Yahoo! un’ offerta che sfiora i 45 miliardi di dollari.
La gestione della trattativa è nelle mani di Steve Ballmer, chief executive di Microsoft. Ballmer decide di estrarre dalla manica un vecchio asso: si appella al buon senso di Yahoo! e invita il secondo motore di ricerca del mondo a prendere posizione contro il monopolio di Google, in nome di un mercato pubblicitario più libero.
Yahoo! avrebbe le potenzialità per contrastare Google: “500 milioni di visitatori unici al mese e leadership indiscussa nelle news online, specie nell’ informazione finanziaria“, sostiene Federico Rampini su Affari & Finanza, l’ inserto di oggi di La Repubblica.
“La debolezza di Yahoo!” – continua il giornalista – “è un grosso problema per tutti i protagonisti del settore Internet. La ragione è semplice: la quota di pubblicità di Yahoo! non cresce quanto potrebbe. Vuol dire che non contrasta in modo efficace il leader di mercato Google. E i mercati hanno paura dei monopoli di fatto”.
Una affermazione che trova conferma nelle prime reazioni suscitate dalla notizia dell’ acquisizione di Yahoo! da parte di Microsoft.
Arturo Zampaglione, sempre dalle pagine de La Repubblica, riporta le parole di Mark Read, direttore strategico del gruppo Wpp, rivenditore di servizi pubblicitari tra i più importanti al mondo:
“E’ una cosa ottima per gli investimenti e per la concorrenza che non ci sia una sola superpotenza”.
I pubblicitari sono stanchi di avere a che fare con un unico interlocutore e sono assolutamente favorevoli ad un mercato più concorrenziale.
Lo conferma anche l’ accordo tra Microsoft e il WSJ per la gestione della pubblicità contestuale all’ interno del digital network della Dow Jones & Company , di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch.
Intanto, Google si concentra sull’ Internet mobile e sull’ acquisizione di nuove frequenze mobili negli USA.
Il core business di Google rimane invariato: al centro della propria strategia, il colosso di Mountain View pone sempre il miglioramento del suo sistema di ricerca delle informazioni. Garantire agli utenti una qualità sempre maggiore dei contenuti diviene la strategia per il lungo termine; favorire l’ accesso alla rete attraverso la telefonia mobile è l’ obiettivo che Big G intende raggiungere nel più breve tempo possibile.
Non può mancare un riferimento alla scottante questione della Privacy. Significativa a questo proposito la risposta di Erich Schmidt a Marco Panara, autore dell’ intervista pubblicata sul già citato inserto de La Repubblica:
“C’è quello che possiamo fare e quello che vogliamo fare. E’ un fatto che per un certo periodo di tempo conserviamo il record delle ricerche che ciascuno fa utilizzando Google. Sono dati che esistono ma che noi non abbiamo mai incrociato in alcun modo per due semplici ragioni: la prima è che se lo facessimo la gente non si fiderebbe più di noi e andrebbe a fare le sue ricerche da un’ altra parte, la seconda è che si porrebbero problemi regolatori. E comunque noi semplicemente non vogliamo, ripeto “non vogliamo” farlo né utilizzare quei dati a fini commerciali”.
Il segreto svelato di Big G risiede in un motto che ha saputo conquistare gli utenti della rete al punto da diventare familiare, irrinunciabile. Un motto che nasconde dietro un’ apparente semplicità, una strategia di crescita complessa, impegnativa e incredibilmente ambiziosa. La cultura del “Don’t be evil” impone ai suoi iniziatori di mettere l’ utente al centro delle proprie decisioni, anche quando questo significa rinunciare a guadagni certi. Una sorta di populismo non demagogico in versione virtuale. Una strategia che evidenzia la sorprendente lungimiranza di Brin, Page e Shmidt.
Certamente, l’ acquisizione di Yahoo! da parte di Microsoft accorgerebbe un po’ le distanze e renderebbe il mercato dell’ advertising online più competitivo e sano. Rimane tuttavia un fatto importante: il vantaggio di Google è davvero ampio e la direzione imboccata nel 2008 lo dimostra per l’ ennesima volta.
Il Wall Street Journal sceglie Microsoft
Sarà Microsoft a gestire la pubblicità contestuale del Wall Street Journal Digital Network, comprendente Barrons.com, MarketWatch.com e AllThingsD.com.
Un punto importante a favore di Microsoft, dunque, nella lotta al predominio dell’ advertising online che vede il colosso del web capeggiato da Bill Gates competere con il suo più temibile avversario: Google.
Una scelta, quella della Dow Jones & Company che scatena qualche legittima perplessità, come fa giustamente notare Fabio Gozzo dalle pagine dell’ Hardware Upgrade:
“A suscitare interesse è proprio la scelta di affidare il sistema pubblicitario a Microsoft. La compagnia Dow Jones & Company, publisher del Wall Street Journal, è stata infatti acquisita dalla News Corporation di Rupert Murdoch lo scorso anno. Tra le varie compagnie, Murdoch è proprietario anche di MySpace: quest’ultima società ha siglato accordi per la gestione dell’advertising con Google , acerrimo rivale di Microsoft nel mercato pubblicitario.”
Intanto, Brian McAndrews, vice presidente dell’ Advertiser and Publisher Solutions di Microsoft, fa sapere che l’ accordo siglato con il Wall Street Journal Digital Network rappresenta una vittoria importante per la sua società per due ragioni fondamentali:
“First, it makes the extended Microsoft advertising network the premier destination for advertisers interested in reaching financially minded users, as it complements our offering in this vertical through MSN Money and other syndication partners. Second, this deal is a strong indicator that we’re gaining significant traction with our advertising platform. The Wall Street Journal Digital Network is one of the largest financial services publishers in a very dynamic vertical segment, and we’re delighted to add it to our portfolio.”
Il Wall Street Journal è il più grande giornale online con sottoscrizione a pagamento: con oltre 1 milione di utenti abbonati e più di 20 milioni di visitatori unici al mese, il WSJ è certamente un partner ideale per chi come Microsoft intende dominare la gestione dell’ advertising online.
A questo punto, non rimane che attendere i primi frutti dell’ accordo e, con essi, le contromosse degli avversari. Perché, possiamo esserne certi, né Yahoo! né Google si accontenteranno di incassare il colpo inferto da Microsoft!
Nessuna grazia al domain tasting
La tecnica del domain tasting ha fatto guadagnare a scaltri e avveduti registrars svariati milioni di dollari. Google dice basta: nessun guadagno dall’ affiliazione al circuito Adsense per i domini che hanno meno di cinque giorni di vita.
Per comprendere le ragioni della decisione presa da Big G è necessario spiegare in cosa consiste la pratica del domain tasting e, soprattutto, cosa si intende per Add Grace Period.
Domain Tasting
La ICANN, Internet Corporation for Assigned Names and Numbers, stabilisce che durante i primi cinque giorni che seguono la registrazione di un nome a dominio, l’ acquirente può usufruire di un periodo di prova, definito “grace period“, utile a testarne la commerciabilità in termini di traffico generato.
Il modo più efficace per valutare la “marketability“di un nuovo nome a dominio è certamente quello di eseguire, in un lasso di tempo determinato, una cost-benefit analysis, piazzando sul sito degli annunci pubblicitari del tipo “Adsense di Google“.
La cosa più importante da sottolineare è che le operazioni di domain tasting non hanno nessun costo: se, al termine dei cinque giorni di prova, si decide di cancellare la registrazione del dominio, la spesa affrontata inizialmente viene completamente rimborsata.
Proviamo ad immaginare a questo punto chi potrebbe trarre maggiore beneficio dalla pratica di domain tasting.
Non occorre certo una mente superiore per rispondere a questa domanda. I principali speculatori sono proprio i grandi registrars. E’ stata proprio la loro avidità a far scattare l’ allarme, inducendo Google a prendere una decisione tanto drastica.
Quando parliamo di “avidità” non lo facciamo per enfatizzare i toni dell’ articolo. Semplicemente, è questo il termine più appropriato per definire il comportamento di chi registra milioni di nomi a dominio all’ unico scopo di sfruttare i cinque giorni di domain tasting, guadagnando milioni di euro con gli Adsense.
Trascorsi i cinque giorni, si passa alla cancellazione della registrazione per poi riattivarla successivamente. E via al circolo vizioso.
Noi condividiamo la scelta di Google, anche perché questi meccanismi hanno un altro risvolto negativo: registrando milioni di nomi a dominio, i registrars costringono acquirenti realmente intenzionati all’ acquisto di un dominio adatto alle proprie esigenze di business a partecipare a delle aste. In questo modo, il mercato dei nomi a dominio risulta pilotato e caratterizzato da prezzi notevolmente gonfiati rispetto al valore reale.
Per un approfondimento, rimandiamo alla fonte della notizia:
Google to kill domain tasting – Domain Tools Blog
Advertising Online: cresce la spesa europea nel 2007
E’ quanto afferma una previsione di IAB Europe, che mette a confronto la spesa sostenuta nel 2006 in attività di advertising online con la spesa sostenuta dai singoli Paesi europei da Gennaio a Ottobre 2007.
Se nel 2006 la spesa complessiva era stata di 8 milioni di euro, la spesa stimata per il 2007 dovrebbe raggiungere quota 11,5 milioni di euro. Un incremento del 38% rispetto allo scorso anno.
La spesa totale viene suddivisa nei seguenti ambiti:
“Display advertising, search marketing, classifieds and directories and email marketing.”
Proviamo a definire queste differenti forme di advertising online:
Display Advertising
Campagne promozionali che mostrano annunci pubblicitari su siti o pagine web capaci di attrarre il medesimo target di utenza per il quale è stato concepito l’ annuncio.
Il display advertising concepisce l’ annuncio pubblicitario in vari formati: banner, bottoni, moduli, video streaming, ma anche minisiti sviluppati ad hoc per campagne particolari.
In una campagna di Display Advertising, l’ annuncio viene sempre accompagnato da un’ immagine: un logo, una mappa, una fotografia, un disegno, un video. L’ immagine può mostrarsi statica oppure dinamica.
Caratteristica indispensabile di un display ads è l’ immediatezza: l’ annuncio deve catturare l’ attenzione dell’ utente in pochi secondi. Per farlo, deve necessariamente utilizzare messaggi concisi e diretti, immagini accattivanti o stream audio/video di durata massima pari a 30 secondi
Buona, ad esempio, l’ offerta di display advertising proposta dal network Yahoo!:
Search Marketing
Non credo ci sia bisogno di enumerare i vantaggi di una campagna di search marketing. Comparire nelle prime posizioni dei principali motori di ricerca e mostrarsi all’ utente nel momento in cui egli ha mostrato un interesse particolare per i nostri prodotti o servizi significa trovarsi già a buon punto nel processo di vendita online. E’ evidente, tuttavia, che il posizionamento da solo non basta: una campagna di Search Marketing dovrebbe curare anche quella fase del processo di acquisto che comincia quando il nostro potenziale cliente è approdato sul nostro sito web.
Articoli di approfondimento sul Search Marketing:
Classifieds and Directories
Gli annunci promozionali vengono classificati in categorie e pubblicati all’ interno di directories tematizzate che forniscono informazioni dettagliate su società, enti, organizzazioni, associazioni, professionisti, industrie e aziende etc.
Un buon esempio è offerto dalla directory di Google:
Email Marketing
I messaggi promozionali vengono indirizzati al proprio target di utenza attraverso la posta elettronica. L’ email marketing rientra nelle strategie di marketing diretto e sembra piacere molto alle aziende per i suoi costi contenuti oltre che per l’ immediatezza nella trasmissione dei messaggi. In molti casi, l’ email marketing è stato sostituito alle strategie di marketing diretto che utilizzano supporti cartacei. L’ email marketing è facilmente tracciabile ovvero consente a chi gestisce la campagna promozionale di conoscere in tempo reale il numero di utenti che ha visualizzato il messaggio. Su Internet sono disponibili anche dei software per la gestione di campagne di email marketing. Spesso venduti sotto forma di licenza ad uso limitato (consentono, ad esempio, di inviare un massimo di 1000 e-mail per ogni licenza), questi software presentano costi piuttosto contenuti.
Brand Turistico: il caso Italia
L’ Italia scende dal podio:
“Per il Country Brand Index l’Australia, per la seconda volta, e’ stata votata migliore destinazione turistica al mondo seguita dagli Usa e dalla Gran Bretagna, mentre l’Italia retrocede dal terzo al quinto posto.
Nel 2006 hanno viaggiato in Australia 5,5 milioni di visitatori ed e’ stata giudicata migliore paese per le attività all’aria aperta, per la gente amichevole e schietta, ma soprattutto per la varietà di esperienze di vacanza che vi si possono godere. ”
(Fonte: http://www.turismoefinanza.it )
Sintesi
• Attività all’ aria aperta
• Gente amichevole e schietta
• Varietà di esperienze di vacanza
= Migliore destinazione turistica al Mondo
Perché l’ Italia perde posizioni nella classifica mondiale del Country Brand Index?
Mancano i luoghi all’ aria aperta? Siamo un popolo di gente scortese o poco genuina? Le nostre mete turistiche sono forse indifferenziate?
Dal punto di vista turistico l’ Italia non è mai stata carente in quanto a “materia prima”. Il settore turistico, tuttavia, non riesce a raggiungere quei traguardi che risultano percepibili in potenza.
Siamo reduci da un colossale fallimento per quanto riguarda la promozione turistica nazionale attraverso il web: la chiusura di Italia.it e la conseguente perdita di svariati milioni di euro.
Soffermiamoci per un momento a riflettere sullo stato di salute del Brand Italia.
Qual è l’ immagine dell’ Italia agli occhi del resto del mondo? Siamo ancora fermi all’ ormai consumato “Italia = Pizza, Spaghetti e Mandolino”? Il Brand Italia risponde a questi requisiti?
( Tesi di Laurea di Silvia Rondinini – Titolo: Brand extension nel settore turistico: il caso Ventaglio)
- identificare gli elementi della brand equity , cioè il valore differenziale che il marchio garantisce all’impresa e al consumatore;
- valutare e attivare le strategie di alimentazione della brand equity : in particolare, lo sviluppo di brand extension che permettono di diversificare la marca e aumentare le associazioni a lei connesse.
Le risorse fondamentali di un’impresa sono:
- le risorse di fiducia: esse si basano sui modelli o schemi cognitivi che ogni individuo si costruisce. Questi schemi possono essere confermati, generando ulteriore fiducia, oppure smentiti quando non si soddisfano le attese del cliente e si distrugge fiducia. La fiducia è necessaria per ridurre l’incertezza, in alternativa alla ricerca di informazioni sul prodotto da acquistare; essa inoltre aumenta in funzione delle esperienze maturate dalla persona nei confronti dell’organizzazione, attraverso l’acquisto ed il consumo dei suoi prodotti, vedendo la pubblicità dell’impresa e mediante la comunicazione tra consumatore e impresa;
- le risorse di conoscenza: esse sono legate al “sapere” e si compongono di conoscenze legate al fare, alle attività di routine dell’organizzazione ( know-how ) o conoscenze superficiali, e conoscenze profonde, usate per trovare soluzioni a problemi nuovi (produzione del know-how ).
Queste due tipologie di risorse sono strettamente correlate, infatti alla base della crescita di conoscenza è necessaria l’esistenza della fiducia, e la conoscenza a sua volta alimenta la fiducia. Oltre alla risorsa costituita dalla marca ci sono altri due elementi del marketing-mix che concorrono alla generazione della brand equity , cioè:
- le politiche di prodotto, che riguardano la gestione del portafoglio dei prodotti e quindi la creazione di strategie di estensione della marca;
- la comunicazione, che è un fattore essenziale per il posizionamento del prodotto perché fornisce le informazioni necessarie legate ad esso. La comunicazione dona maggior visibilità alla marca e, di conseguenza, notorietà. Essa contribuisce a formare un’immagine forte nella memoria del consumatore. Una difficoltà nel comunicare risiede nel dover superare il rumore generato dalla presenza dei concorrenti. Oggi la comunicazione è un aspetto ancora più importante per l’impresa soprattutto grazie alla tecnologia di Internet che permette un dialogo attivo e on-line con il cliente attraverso i siti Web aziendali.
Turismo on web tra motori di ricerca e social network
Si discute molto sul web della relazione tra motori di ricerca e social network, soprattutto quando il fulcro della discussione è rappresentato dal turismo e dalla promozione alberghiera.
Il web 2.0, come si è soliti definirlo, ha segnato l’ era del consumer generated content ovvero della partecipazione attiva da parte del consumatore (utente) alla stesura dei contenuti presenti sul web.
Tale partecipazione assume la forma di conversazioni che prendono corpo all’ interno dei cosiddetti social network e sui blog, dove l’ utente ha l’ opportunità di commentare ed esprimere opinioni proprie in merito a determinati argomenti.
Non mancano i casi di blog o partecipazioni a social network palesemente pilotati, costruiti al solo scopo di generare convinzioni e bisogni più che contenuti e pareri.
In un vecchio post, provocatoriamente intitolato Web Mobbing, avevamo già parlato di “finti blog o blog di facciata all’ interno dei quali si pubblicano falsi commenti per tentare, con un ultimo ed inutile tentativo, di assuefare l’ utente-cliente con opinioni pilotate espresse a gran voce da fittizi opinion leader pagati dall’ azienda. Coca Cola Company e Mc Donalds insegnano “, o ancora di “blogs ideati all’ unico scopo di infangare, inficiare, screditare la credibilità e la professionalità dei propri concorrenti.”
Il marketing turistico sul web, con i suoi ricavi da capogiro provenienti proprio dalla promozione online, non può non tenere in considerazione l’evoluzione che interessa la comunicazione in Internet.
Ci si domanda, dunque, quale sia il rapporto tra i sistemi di comunicazione nati con il web 2.0 e il traffico generato dai motori di ricerca.
Il settore turistico deve prendere in considerazione l’ ipotesi di suddividere il suo budget d’ investimento tra social network, blog e posizionamento sui motori di ricerca?
A quanto pare, i format tradizionali del Web Marketing per il settore turistico sembrano giocare ancora un ruolo predominante: solo il 3 % del traffico verso siti o portali di promozione turistica proviene da social network come MySpace o Facebook, contro una percentuale di traffico proveniente dai motori di ricerca che ricopre oltre il 70%.
Il dato è stato registrato nel corso di un’ indagine promossa da Hitwise per monitorare l’ andamento della promozione turistica sul web nel 2007.
Hitwise invita a pensare ad una relazione simbiotica più che ad un conflitto. Social network, blog e altri canali di comunicazione in sintonia con i modelli imposti dal web 2.0 diventano un valido supporto alla promozione turistica che continua comunque ad investire in modo prioritario nel posizionamento sui principali motori di ricerca.
Alla luce di questi dati, non possiamo non essere favorevoli ad una integrazione di strumenti: se i social network o i blog possono rappresentare un valido supporto alla crescita del settore turistico sul web, allora è necessario integrare l’ uso di queste piattaforme con il posizionamento del sito sui motori di ricerca.
E’ evidente che, come in tutte le cose, ci sono sempre due strade possibili:
La strada più breve
Seminare valore aggiunto attraverso blog e social network, magari facendo finta di essere un turista incredibilmente soddisfatto dell’ accoglienza che gli è stata riservata, della qualità dei servizi a sua disposizione e del prezzo assolutamente vantaggioso.
Un esempio?
“Accogliente struttura in PERFETTISSIME condizioni immersa nel verde di xxx. SPLENDIDA l’accoglienza e la gentilezza della famiglia… solo la disponibilità e la cortesia dei proprietari vale l’intero prezzo!!! consiglio questa struttura a tutti coloro che intendo soggiornare ad Assisi, all’insegna della pace e del relax…”
La strada più lunga
Dar vita ad un network di blog a supporto del proprio sito ed aggiornarli puntualmente con contenuti originali in modo da suggerire all’ utente valide ragioni per trascorrere una vacanza in un determinato luogo. Se i contenuti sono effettivamente originali e di qualità, vedrete che col tempo i blog di supporto saranno in grado di portare un numero consistente di visite sul vostro sito. Insomma, costruite la vostra rete di blog per attirare gli utenti della rete oltre che gli spiders dei motori di ricerca: ad aumentare non sarà solo il traffico sul sito, ma anche la percentuale di conversione utente/cliente.
“La debolezza di Yahoo!” – continua il giornalista – “è un grosso problema per tutti i protagonisti del settore Internet. La ragione è semplice: la quota di pubblicità di Yahoo! non cresce quanto potrebbe. Vuol dire che non contrasta in modo efficace il leader di mercato Google. E i mercati hanno paura dei monopoli di fatto”.