Google lancia Checkout ed è subito guerra con eBay
Google lancia Checkout ed è subito guerra con eBay
“Are you an online seller attending eBay Live! in Boston this week? If so, join us for a celebration of user choice at the Google Checkout Freedom Party on Thursday night (6/14).”
È cominciata così la sfida tra Google e eBay, da questo post pubblicato l’ 11 giugno sull’ Official Google Checkout.
La contromossa di eBay è stata di minacciare il ritiro immediato di tutti i suoi annunci su Google AdWords. Un giro economico, pare, non inferiore ai 10 milioni di dollari annui.
Per eBay, Google ha tradito il tacito accordo esistente tra le due società: il servizio Checkout entra in competizione con PayPal, il sistema di pagamento sicuro che eBay mette al servizio dei suoi clienti.
Siamo certi che le due società riusciranno a sopravvivere benissimo, anche in perfetta autonomia: potendo contare su due brand fortissimi, non hanno bisogno di appoggiarsi l’ una all’ altra per conquistare un giro d’ affari di grandi dimensioni.
Non possiamo, tuttavia, non prendere in considerazione quanto afferma Janet Driscoll Miller a proposito della faida attualmente in corso:
“The company that really suffers here is the small business that uses Ebay as a storefront. Those businesses often lack the brand identity and the marketing budget to gain the same level of exposure that they could achieve when Google and eBay work together.”
A pagarne le spese, dunque, sarebbero proprio i rivenditori contesi dalle due aziende: la visibilità che fino ad ora è stata garantita dalla collaborazione tra i due colossi, risulterebbe certamente minore, a parità di budget investito, qualora eBay ritirasse davvero i suoi annunci dal Google AdWords.
Come agenzia che si occupa di promozione siti, verrebbe quasi voglia di invitare i venditori contesi a muoversi con le proprie gambe, attraverso il posizionamento del proprio sito tra i risultati organici dei principali motori di ricerca!
DoubleClick, Pepperjam e la pubblicità on line
Il re dell’ advertising sposa la regina del web marketing.
Avevamo già parlato delle possibili conseguenze, in materia di antitrust, dell’ acquisizione di DoubleClick da parte di Google. La questione sembra essersi ulteriormente complicata: DoubleClick ha firmato un accordo con la Pepperjam , azienda specializzata nella gestione delle campagne di web marketing.
Il Presidente di Pepperjam, Kristopher B. Jones, ha così spiegato le ragioni che spingono la sua azienda a considerare DoubleClick l’ alleato ideale per la gestione di pubblicità in rete:
“DoubleClick offre una piattaforma di gestione campagne advertising perfettamente integrata e capace di accogliere tutti i canali del marketing digitale”.
Per la Pepperjam , insomma, DoubleClick rappresenta un indispensabile trampolino di lancio per mettere in atto strategie pubblicitarie che si rivolgono in modo diretto al cliente/user della rete.
Grazie alla capacità di eseguire un tracciato fedele delle pagine web visitate dall’ utente, DoubleClick mette a disposizione di Pepperjam una quantità di dati statistici difficilmente reperibili su scala così ampia.
Avere l’ opportunità di prevedere ed analizzare con cura il comportamento dell’ utente in rete, significa riuscire a pianificare campagne pubblicitarie perfettamente mirate, studiate su misura del cliente. Questo è il servizio che DoubleClick e Papperjam possono garantire oggi a chi intende pubblicizzare i propri servizi o prodotti on line.
A quanto pare, l’ accordo tra i due colossi della pubblicità sul web è stato raggiunto dopo una lunga trattativa nella quale non compare lo zampino di Google.
D’ altronde, chi nasce con la camicia…cade sempre in piedi!
Google, DoubleClick e Antitrust
Google acquisisce Doubleclick per 3,1 miliardi di dollari e la Federal Trade Commission verifica il rispetto delle vigenti leggi sull’ antitrust.
Tutto questo mentre l’ Unione Europea chiede a Google di spiegare le ragioni che spingono il più potente motore di ricerca al mondo a registrare le informazioni relative alle ricerche effettuate dal singolo utente su internet.
Le due cose sono evidentemente collegate tra loro: Google conserva gli storici delle ricerche effettuate dall’ utente in rete; DoubleClick può eseguire un tracciato fedele dei siti e delle pagine web effettivamente visitate dall’ utente.
In altri termini, interrogare il motore con una query equivarrebbe a dare la nostra approvazione al trattamento dei nostri dati personali?
La questione è piuttosto complessa: perché mai dovremmo accettare una simile invadenza?
Google giustifica la conservazione degli storici delle ricerche adducendo tre ragioni fondamentali:
1.Miglioramento dei servizi offerti all’ utente
2.Tutela della sicurezza e prevenzione di abusi e frodi
3.Rispetto delle obbligazioni legali in materia di conservazione dati
Sull’ Official Google Blog vengono argomentati con precisione i singoli punti.
Il punto tre risulta in evidente contraddizione con le accuse rivolte dalla UE e dalla FTC al colosso di Mountain View. Google è obbligato a trattenere gli storici delle ricerche effettuate dall’ utente per un tempo massimo che oscilla tra i 18 e i 24 mesi. Trascorso questo tempo, il motore è costretto ad oscurare parte dell’ indirizzo IP che consente di risalire alla postazione PC utilizzata dall’ utente.
Sotto questa luce, non trovano molte giustificazioni i dubbi o le indagini intraprese dalla UE riguardo il rispetto della privacy del singolo utente.
Ciò che preoccupa realmente sono le ripercussioni economiche della faccenda: il sodalizio tra Google e DoubleClick appare come il primo e fondamentale passo verso il monopolio della gestione pubblicitaria in rete. Conoscere in anticipo le mosse dell’ utente significa programmare in modo preciso la propria strategia pubblicitaria senza risentire delle sane ed auspicabili preoccupazioni imposte dalla concorrenza.
Be or don’ t be evil?
Google: luci e ombre
Proprio negli stessi giorni in cui Microsoft comincia la sua battaglia e chiede l’ applicazione delle leggi antitrust per vigilare sul comportamento di Google, la Feltrinelli edita un libro intitolato: Luci e ombre di Google.
“Google è di fatto un monopolio“: questo è ciò che intendono dimostrare gli autori di questo dossier frutto di un’attenta analisi dell’ operato del Motore di Ricerca più utilizzato e amato del mondo.
Sul sito Ippolita, curato dagli hacker-autori del dossier su Google, è possibile scaricare l’ opera completa effettuando una donazione oppure si può accedere al sito della Feltrinelli per ordinare il testo direttamente all’ editore.
Nella presentazione, gli autori affermano:
“Criticare Google attraverso una disamina della sua storia, la decostruzione degli oggetti matematici che lo compongono, il disvelamento della cultura che incarna significa muovere un attacco alla tecnocrazia e alla sua pervasività sociale“.
La critica è pungente, dunque, e sembra mirare dritto al cuore del Searcher. È assolutamente legittimo affermare come fa Riccardo Bagnato su Repubblica.it che
“I tempi cambiano. E forse, fra qualche anno, ci si accorgerà della parabola discendente che Google, proprio lui, l’innovativo e sempre più indispensabile Google, sta percorrendo.”
Accusare Google di tecnocrazia e pervasività sociale, solo qualche anno fa, sarebbe stato come sparare sulla croce rossa.
Non dimentichiamo che la mission dei fondatori di Google era quella di offrire agli utenti della rete un sistema migliore di reperimento delle informazioni. Non dimentichiamo che la coppia Page-Brin ha reso possibile la nascita di una pubblicità contestualeche, almeno da un punto di vista teorico, doveva assumere una parvenza non invasiva agli occhi dell’ utente.
Ma cosa è cambiato, allora? Perché mai quelli che un tempo si autodefinivano accaniti sostenitori di Google, oggi sembrano intenzionati a demarcare le anomalie di uno strapotere che, prima di ogni cosa, sembra danneggiare soprattutto gli utenti?
“Davvero Google trova quello che noi cerchiamo?”
Ecco una delle domande presenti nel testo.
“Google offre la possibilità di trovare fra le prime pagine dei risultati quello che l’utente medio cerca, ma non quello che io sto cercando. Il risultato è tecnologicamente impressionante, ma porta con sé l’idea che quello che cerco sia esattamente quello che Google mi offre. Non è così. Ormai non è più Google che si adegua alle mie esigenze, ma io che mi adeguo a quelle dell’utente medio“.
Ed ecco la risposta. Una risposta che lascia l’ amaro in bocca, che sembra intenzionata a risvegliarci da un sogno durato troppo poco.
Tornano inesorabilmente in testa le parole di Bradbury in Fahrenheit 451:
“Pace Montag. Offri al popolo gare che si possano vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il nome delle capitali dei vari Stati dell’ Unione o la quantità di grano che lo Iowa ha prodotto l’ anno passato. Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di ‘fatti’ al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d’ essere ‘veramente bene informati’. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione di movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi.”
Google Maps sui risultati organici
Qualche giorno fa, effettuando una ricerca su Google per “hotel cattolica” ho potuto appurare che il Searcher ha aggiunto qualcosa alla prima pagina dei risultati: tra i link sponsorizzati e i risultati organici, ecco arrivare i nuovi risultati di Google Maps.
Nel caso specifico, la mia ricerca per chiave “hotel Cattolica” vede comparire in posizione di assoluto rilievo tre link che puntano in direzione dei siti di tre alberghi di Cattolica.
Il dato è sconcertante, soprattutto per i SEO. La presenza dei risultati di Google Maps vede scendere inesorabilmente i risultati organici che occupano le prime posizioni. Per intenderci, se Google avesse aggiunto altri due links sponsorizzati, gli organici sarebbero praticamente spariti dalla vista dell’ utente.
Ma di cosa si tratta? Di una penalizzazione per i SEO?
Non credo si tratti di questo. In fondo, i SEO hanno dato un grande contributo all’ evoluzione e al miglioramento del Motore di Ricerca. Grazie agli interventi di ottimizzazione delle pagine, sembrano ottimizzarsi anche i tempi di aggiornamento necessari agli spiders.
Piccoli siti come quelli offerti oggi in abbinamento a Google Maps, avevano ceduto il passo a portali più grandi. Dobbiamo presagire adesso che Google sia in procinto di compiere un passo indietro?
Forse le sviolinate nei confronti del servizio offerto dalla Google Maps che si sono lette su tanti blogs di SEO e similars hanno fatto girare la testa a Google, facendole credere che questo servizio fosse oltremodo gradito ai suoi sostenitori…
Personalmente, la cosa non mi piace affatto: in questo modo, i risultati organici rischiano di perdere quella forza e quel senso di stabilità che li ha contraddistinti fino ad ora, causando non pochi problemi sia ai SEO che ai gestori dei grandi portali che devono rispondere a tutti gli inserzionisti che acquistano banners sulle loro pagine.
Google dentro al mirino
Il re dei Motori di Ricerca accusato di favoreggiamento alla pirateria e di violazione dei diritti editoriali.
La sentenza è stata confermata: Google riceve una condanna in primo grado per aver violato il diritto degli editori dei giornali belgi .
La condanna prevede la rimozione totale degli articoli pubblicati sulle Google News e il pagamento di una penale pari a 25000 euro, moltiplicata per il numero di giorni in cui gli articoli sono stati illegalmente pubblicati on line.
Il segretario generale di Copiepresse, Margaret Boribon , sembra essere soddisfatto della condanna e lascia presagire un accordo futuro con Google per la pubblicazione dei materiali dei giornali . Pubblicazione che potrà essere attuata solo previo pagamento dei diritti editoriali che spettano agli editori delle testate giornalistiche del Belgio.
Nel frattempo, Google riceve nuove accuse da parte di alcune grandi case di produzione, tra le quali spiccano la Disney , la NBC Universal , la Time Warner e la Sony Picture.
L’ accusa, questa volta, è quella di favoreggiamento alla pirateria. Attraverso i suoi maggiori circuiti pubblicitari, Adsense e Adwords , Google avrebbe agevolato la diffusione illegale di materiale video, da parte dei siti EasyDownloadCenter.com e TheDownloadPlace.com.
Google mette a disposizione degli utenti che utilizzano i suoi servizi pubblicitari, in particolar modo quelli che superano una certa soglia di traffico, un consulente che, tra le varie mansioni, dovrebbe anche vigilare sui contenuti diffusi dai siti.
Il colosso di Mountain View corre ai ripari e annuncia di essere già al lavoro per istituire un sistema di controllo e screening dei siti più rigido rispetto a quello fino ad ora adottato. Il nuovo sistema di controllo prevede anche l’ eliminazione del targeting di parole chiave considerate “utili” per chi sponsorizza la pirateria in Internet.
Stop al Googlebombing
Il 25 Gennaio ne dava il triste annuncio il Blog Ufficiale di Google: i link non tematizzati che puntano in direzione di una pagina web non influiranno i risultati del motore di ricerca.
Bush, in altri termini, dovrà provvedere con le sue sole forze ad affiancare il suo nome alla keyword “miserable failure”. Noi confidiamo nelle sue capacità e siamo certi che gli impavidi lanciatori di Google Bombs resteranno a bocca aperta quando il Presidente mostrerà loro che in materia di fallimenti non ha rivali!
Scherzi a parte, la notizia viene accolta con grande interesse soprattutto nell’ambiente dei Search Engine Optimizer. L’attività di Bombing, infatti, era divenuta una pratica consueta per i SEO convinti che l’unico fattore in grado di condizionare la crescita del PageRank fosse il numero di link puntati in direzione di una pagina web.
Certamente i link hanno avuto e continueranno ad avere grande importanza in quel processo di acquisizione di popolarità che consente ad un sito web di comparire tra i primi risultati forniti dal Motore di Ricerca.
In uno dei nostri post precedenti avevamo parlato del Google PhraseRank. Il nostro dubbio maggiore riguardava proprio la presunta capacità del Searcher di riconoscere i contenuti di una pagina web con la stessa efficienza mostrata per il riconoscimento dei link.
A questo punto ci chiediamo:
la fine del Google Bombing non potrebbe essere un primo importante passo mosso nella direzione di un’attribuzione di qualità che si vuole far dipendere dalla presenza di frasi non isolate ma collegate tra loro in maniera consequenziale? Nel caso specifico, potremmo anche dire di “link tematizzati che puntano verso pagine web pertinenti e non menzognere“.
Google Phrase Rank
Google presenta ufficialmente il suo nuovo brevetto
Il comunicato ufficiale è datato 28 Dicembre 2006.
Google presenta il suo nuovo brevetto al mondo del web marketing.
La novità interessa soprattutto i web marketers, meglio conosciuti con l’v acronimo SEO. L’ innovazione, infatti, avrà delle forti ripercussioni sul metodo di classificazione dei documenti presenti sul web.
Se con il PageRank il posizionamento di un documento è determinato dal posizionamento dei documenti ad esso collegati, questo significa che il PageRank di un documento è sempre determinato dal PageRank di altri documenti. Dato che il posizionamento dei documenti influenza il posizionamento degli altri, il PageRank è in fin dei conti basato sulla struttura dei collegamenti dell’intera rete. In questa definizione di PageRank non viene menzionato il peso delle singole pagine in materia di contenuto.
Con il Phrase Rank la classificazione delle pagine sarà affidata al peso di alcune frasi, pertanto, la popolarità di un sito all’ interno del motore di ricerca non dipenderà solo dal numero di link che muovono in direzione del sito, ma anche dalla qualità dei contenuti presenti all’ interno delle pagine che lo compongono. Qualità che dipenderà dalla presenza di frasi non isolate ma collegate tra loro in maniera consequenziale.
“Detecting spam documents in a phrase based information retrieval system“
Questo il titolo dato all’ ultimo brevetto di Google.
“An information retrieval system uses phrases to index, retrieve, organize and describe documents. Phrases are identified that predict the presence of other phrases in documents. Documents are the indexed according to their included phrases. A spam document is identified based on the number of related phrases included in a document.“
Questo l’ abstract di presentazione al brevetto.
Non possiamo, ad ogni buon conto, non essere d’ accordo con quanti affermano che l’introduzione del Phrase Rank di Google consentirà di compiere un vero e proprio salto di qualità nel settore dei SEO. Molto probabilmente, l’ entrata in vigore di questo nuovo meccanismo di classificazione da parte del maggiore motore di ricerca del mondo, spazzerà via dalle prime posizioni quei siti che fanno un uso piratesco delle parole chiave, al solo scopo di assicurarsi il posto tra i primi risultati offerti dal Searcher, nel caso specifico, da Google.
Il Phrase Rank sarà di certo accolto con entusiasmo dai SEO che svolgono il proprio lavoro con professionalità, mirando alla soddisfazione dell’ utente prima ancora che alla compiacenza del motore di ricerca.
È utile sapere che il meccanismo di Phrase Rank agirà in modo da riconoscere, ed eventualmente penalizzare, le pagine considerate “spam document“. Chi pensa di poter aggirare l’ ostacolo giocando sulla ripetizione delle frasi come aveva fatto con la ripetizione ostentata e addirittura impavida e sfacciata delle parole chiave, stia dunque in campana!
A questo punto non rimane che una domanda legittima:
Riuscirà un algoritmo a riconoscere i contenuti di una pagina web con la stessa efficienza dimostrata per il riconoscimento dei link?
Al momento, non è possibile rispondere a questa domanda. Sarà di certo il tempo a risolvere tutti i nostri dubbi e a dirci se Google è riuscito oppure no a superare ancora una volta le nostre aspettative.
Auguriamo comunque a tutti i SEO buon lavoro! La nuova sfida è stata lanciata e per stare al passo con Google bisogna correre molto veloce!
Il cerca Blog di Google
Tra le notizie più importanti della settimana abbiamo deciso di parlare dell’ultima novità in casa Google.
Si tratta del Google Blog Search, tradotto in italiano come Google Ricerca Blog.
Già ad un livello intuitivo è possibile comprendere quale sia l’utilità di questo nuovo strumento messo a disposizione degli utenti.
Il Google Ricerca Blog consente oggi all’utente di effettuare una ricerca, coadiuvato dal Motore, restringendo il campo d’interesse ai Blog presenti sulla Rete.
Per accedere a Ricerca Blog basta visitare uno di questi siti:
blogsearch.google.com (interfaccia di tipo Google)
search.blogger.com (interfaccia di tipo Blogger)
Utilizzare il Ricerca Blog è semplicissimo: è sufficiente inserire le parole chiave d’interesse e far partire la ricerca ciccando su “Cerca nei Blog”.
L’obiettivo è quello di favorire lo sviluppo della comunicazione a mezzo Blog, tenuto conto dell’interesse sempre maggiore mostrato dagli utenti sia nella pubblicazione di nuovi Blog personali sia nella lettura dei post rilasciati sui Blog degli altri e che spesso diventano motivo di discussione in Rete.
Google assicura che presto sarà reso disponibile un modulo per inserire manualmente il proprio Blog nei risultati di ricerca. Per il momento, il Motore sta già provvedendo a catalogare tutti i Blog che contengono un feed sito (di qualunque formato) ed eseguono automaticamente il ping di un servizio di aggiornamento.
Nato come una sorta di diario personale in Rete, il Blog si avvia ad essere la nuova frontiera della comunicazione. Ogni utente potrà ricavarsi un proprio spazio per esprimere le sue idee, per parlare di argomenti che lo interessano particolarmente, per discutere con gli altri utenti.
Il Blog potrà finalmente diventare una “vetrina”, un modo per farsi conoscere, per presentare la propria azienda e i propri prodotti: questo, ovviamente, nel caso di Blog legati ad aziende o società che utilizzano Internet per incrementare le proprie vendite.
Tutte le informazioni sono disponibili al sito http://www.google.it/intl/it/help/about_blogsearch.html
Google continua la sua scalata
Ci eravamo lasciati con un presagio.
Dopo l’ acquisto da parte di Google delle due maggiori piazze pubblicitarie in Internet, YouTube e MySpace, pensavamo che l’avvenimento avrebbe scatenato la nascita di nuove piazze pubblicitarie in Internet, per una guerra all’ ultimo spot contro il super potere di Google.
Ancora una volta, però, ci ritroviamo a battere le mani alla società californiana che, in tempi davvero brevissimi, sta rivoluzionando il mondo della pubblicità.
L’ultima mossa di Google, infatti, chiama in causa anche i maggiori network televisivi e le più grandi testate giornalistiche.
Proponendosi come “mediatore” nella vendita di spazi pubblicitari fuori dal web, Google intende raggiungere il controllo assoluto dell’advertising mondiale.
In altri termini, Google inviterebbe gli inserzionisti che acquistano spazi pubblicitari sul web, a comprare contemporaneamente altrettanti spazi pubblicitari su ben 50 quotidiani statunitensi!
Google non compra, per poi rivenderli, spazi pubblicitari su altri media; Google si impegna, come afferma anche il suo portavoce Michael Mayzel, ad offrire ai suoi clienti il controllo, tramite Adword, delle vendite degli spazi pubblicitari.
In questo modo, le maggiori testate giornalistiche, così come le grandi reti televisive private, saranno costrette ad abbassare i prezzi degli spazi pubblicitari, che altrimenti sarebbero destinati a rimanere inutilizzati!
Google costringe, così, i rivenditori di spazi pubblicitari a giungere ad un compromesso: per recuperare parte degli introiti che sono stati “sottratti” da Internet, essi devono offrire ai loro clienti offerte più competitive.
Se il Washington Post e il New York Times si ritrovano a giocare al ribasso (così come stanno già facendo in Inghilterra le loro illustri colleghe televisive, Channel Four e Itv), chi si ritrova a raggiungere vette sempre più alte è, ancora una volta, Google.
Concludendo l’articolo di oggi, ci riproponiamo di non dare più voce ad incauti presagi…ci limiteremo, invece, a darvi delle cifre (d’ altronde si sa, con i numeri difficilmente si sbaglia!).
In un articolo pubblicato su Repubblica.it il 2 Novembre si leggeva che “entro fine anno, secondo una stima, Google raggiungerà i 900 milioni di sterline (circa 1300 milioni di euro) di fatturato pubblicitario, contro gli 800 milioni di sterline di Channel Four. Entro l’anno prossimo, si prevede che il fatturato pubblicitario di Google scavalcherà anche quello di Itv, la rete televisiva più ricca di pubblicità del Regno Unito”.
Come possiamo notare, i dati forniti dall’inviato di Repubblica.it, Enrico Franceschini, non hanno alcun bisogno di essere commentati.