Microsoft e Yahoo!. Atto terzo: proposta indecente
Microsoft e Yahoo!. Atto terzo: proposta indecente
Succedeva a maggio 2007: il NYP annunciava un matrimonio in vista per Microsoft e Yahoo; pochi giorni più tardi arrivava già la smentita.
A meno di un anno di distanza, si ritorna a parlare di una fusione tra le due società.
Una fusione indotta dalla lotta comune all’egemonia di Google sulla gestione delle informazioni e dell’ advertising online.
La notizia, se pure priva di quel clamore tipico degli scoop giornalistici, non manca di suscitare scalpore.
Microsoft sembra fare davvero sul serio questa volta e lancia a Yahoo! un’ offerta che sfiora i 45 miliardi di dollari.
La gestione della trattativa è nelle mani di Steve Ballmer, chief executive di Microsoft. Ballmer decide di estrarre dalla manica un vecchio asso: si appella al buon senso di Yahoo! e invita il secondo motore di ricerca del mondo a prendere posizione contro il monopolio di Google, in nome di un mercato pubblicitario più libero.
Yahoo! avrebbe le potenzialità per contrastare Google: “500 milioni di visitatori unici al mese e leadership indiscussa nelle news online, specie nell’ informazione finanziaria“, sostiene Federico Rampini su Affari & Finanza, l’ inserto di oggi di La Repubblica.
“La debolezza di Yahoo!” – continua il giornalista – “è un grosso problema per tutti i protagonisti del settore Internet. La ragione è semplice: la quota di pubblicità di Yahoo! non cresce quanto potrebbe. Vuol dire che non contrasta in modo efficace il leader di mercato Google. E i mercati hanno paura dei monopoli di fatto”.
Una affermazione che trova conferma nelle prime reazioni suscitate dalla notizia dell’ acquisizione di Yahoo! da parte di Microsoft.
Arturo Zampaglione, sempre dalle pagine de La Repubblica, riporta le parole di Mark Read, direttore strategico del gruppo Wpp, rivenditore di servizi pubblicitari tra i più importanti al mondo:
“E’ una cosa ottima per gli investimenti e per la concorrenza che non ci sia una sola superpotenza”.
I pubblicitari sono stanchi di avere a che fare con un unico interlocutore e sono assolutamente favorevoli ad un mercato più concorrenziale.
Lo conferma anche l’ accordo tra Microsoft e il WSJ per la gestione della pubblicità contestuale all’ interno del digital network della Dow Jones & Company , di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch.
Intanto, Google si concentra sull’ Internet mobile e sull’ acquisizione di nuove frequenze mobili negli USA.
Il core business di Google rimane invariato: al centro della propria strategia, il colosso di Mountain View pone sempre il miglioramento del suo sistema di ricerca delle informazioni. Garantire agli utenti una qualità sempre maggiore dei contenuti diviene la strategia per il lungo termine; favorire l’ accesso alla rete attraverso la telefonia mobile è l’ obiettivo che Big G intende raggiungere nel più breve tempo possibile.
Non può mancare un riferimento alla scottante questione della Privacy. Significativa a questo proposito la risposta di Erich Schmidt a Marco Panara, autore dell’ intervista pubblicata sul già citato inserto de La Repubblica:
“C’è quello che possiamo fare e quello che vogliamo fare. E’ un fatto che per un certo periodo di tempo conserviamo il record delle ricerche che ciascuno fa utilizzando Google. Sono dati che esistono ma che noi non abbiamo mai incrociato in alcun modo per due semplici ragioni: la prima è che se lo facessimo la gente non si fiderebbe più di noi e andrebbe a fare le sue ricerche da un’ altra parte, la seconda è che si porrebbero problemi regolatori. E comunque noi semplicemente non vogliamo, ripeto “non vogliamo” farlo né utilizzare quei dati a fini commerciali”.
Il segreto svelato di Big G risiede in un motto che ha saputo conquistare gli utenti della rete al punto da diventare familiare, irrinunciabile. Un motto che nasconde dietro un’ apparente semplicità, una strategia di crescita complessa, impegnativa e incredibilmente ambiziosa. La cultura del “Don’t be evil” impone ai suoi iniziatori di mettere l’ utente al centro delle proprie decisioni, anche quando questo significa rinunciare a guadagni certi. Una sorta di populismo non demagogico in versione virtuale. Una strategia che evidenzia la sorprendente lungimiranza di Brin, Page e Shmidt.
Certamente, l’ acquisizione di Yahoo! da parte di Microsoft accorgerebbe un po’ le distanze e renderebbe il mercato dell’ advertising online più competitivo e sano. Rimane tuttavia un fatto importante: il vantaggio di Google è davvero ampio e la direzione imboccata nel 2008 lo dimostra per l’ ennesima volta.
“La debolezza di Yahoo!” – continua il giornalista – “è un grosso problema per tutti i protagonisti del settore Internet. La ragione è semplice: la quota di pubblicità di Yahoo! non cresce quanto potrebbe. Vuol dire che non contrasta in modo efficace il leader di mercato Google. E i mercati hanno paura dei monopoli di fatto”.
Lascia un Commento