Microsoft e Yahoo!. Atto terzo: proposta indecente
Microsoft e Yahoo!. Atto terzo: proposta indecente
Succedeva a maggio 2007: il NYP annunciava un matrimonio in vista per Microsoft e Yahoo; pochi giorni più tardi arrivava già la smentita.
A meno di un anno di distanza, si ritorna a parlare di una fusione tra le due società.
Una fusione indotta dalla lotta comune all’egemonia di Google sulla gestione delle informazioni e dell’ advertising online.
La notizia, se pure priva di quel clamore tipico degli scoop giornalistici, non manca di suscitare scalpore.
Microsoft sembra fare davvero sul serio questa volta e lancia a Yahoo! un’ offerta che sfiora i 45 miliardi di dollari.
La gestione della trattativa è nelle mani di Steve Ballmer, chief executive di Microsoft. Ballmer decide di estrarre dalla manica un vecchio asso: si appella al buon senso di Yahoo! e invita il secondo motore di ricerca del mondo a prendere posizione contro il monopolio di Google, in nome di un mercato pubblicitario più libero.
Yahoo! avrebbe le potenzialità per contrastare Google: “500 milioni di visitatori unici al mese e leadership indiscussa nelle news online, specie nell’ informazione finanziaria“, sostiene Federico Rampini su Affari & Finanza, l’ inserto di oggi di La Repubblica.
“La debolezza di Yahoo!” – continua il giornalista – “è un grosso problema per tutti i protagonisti del settore Internet. La ragione è semplice: la quota di pubblicità di Yahoo! non cresce quanto potrebbe. Vuol dire che non contrasta in modo efficace il leader di mercato Google. E i mercati hanno paura dei monopoli di fatto”.
Una affermazione che trova conferma nelle prime reazioni suscitate dalla notizia dell’ acquisizione di Yahoo! da parte di Microsoft.
Arturo Zampaglione, sempre dalle pagine de La Repubblica, riporta le parole di Mark Read, direttore strategico del gruppo Wpp, rivenditore di servizi pubblicitari tra i più importanti al mondo:
“E’ una cosa ottima per gli investimenti e per la concorrenza che non ci sia una sola superpotenza”.
I pubblicitari sono stanchi di avere a che fare con un unico interlocutore e sono assolutamente favorevoli ad un mercato più concorrenziale.
Lo conferma anche l’ accordo tra Microsoft e il WSJ per la gestione della pubblicità contestuale all’ interno del digital network della Dow Jones & Company , di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch.
Intanto, Google si concentra sull’ Internet mobile e sull’ acquisizione di nuove frequenze mobili negli USA.
Il core business di Google rimane invariato: al centro della propria strategia, il colosso di Mountain View pone sempre il miglioramento del suo sistema di ricerca delle informazioni. Garantire agli utenti una qualità sempre maggiore dei contenuti diviene la strategia per il lungo termine; favorire l’ accesso alla rete attraverso la telefonia mobile è l’ obiettivo che Big G intende raggiungere nel più breve tempo possibile.
Non può mancare un riferimento alla scottante questione della Privacy. Significativa a questo proposito la risposta di Erich Schmidt a Marco Panara, autore dell’ intervista pubblicata sul già citato inserto de La Repubblica:
“C’è quello che possiamo fare e quello che vogliamo fare. E’ un fatto che per un certo periodo di tempo conserviamo il record delle ricerche che ciascuno fa utilizzando Google. Sono dati che esistono ma che noi non abbiamo mai incrociato in alcun modo per due semplici ragioni: la prima è che se lo facessimo la gente non si fiderebbe più di noi e andrebbe a fare le sue ricerche da un’ altra parte, la seconda è che si porrebbero problemi regolatori. E comunque noi semplicemente non vogliamo, ripeto “non vogliamo” farlo né utilizzare quei dati a fini commerciali”.
Il segreto svelato di Big G risiede in un motto che ha saputo conquistare gli utenti della rete al punto da diventare familiare, irrinunciabile. Un motto che nasconde dietro un’ apparente semplicità, una strategia di crescita complessa, impegnativa e incredibilmente ambiziosa. La cultura del “Don’t be evil” impone ai suoi iniziatori di mettere l’ utente al centro delle proprie decisioni, anche quando questo significa rinunciare a guadagni certi. Una sorta di populismo non demagogico in versione virtuale. Una strategia che evidenzia la sorprendente lungimiranza di Brin, Page e Shmidt.
Certamente, l’ acquisizione di Yahoo! da parte di Microsoft accorgerebbe un po’ le distanze e renderebbe il mercato dell’ advertising online più competitivo e sano. Rimane tuttavia un fatto importante: il vantaggio di Google è davvero ampio e la direzione imboccata nel 2008 lo dimostra per l’ ennesima volta.
Il Wall Street Journal sceglie Microsoft
Sarà Microsoft a gestire la pubblicità contestuale del Wall Street Journal Digital Network, comprendente Barrons.com, MarketWatch.com e AllThingsD.com.
Un punto importante a favore di Microsoft, dunque, nella lotta al predominio dell’ advertising online che vede il colosso del web capeggiato da Bill Gates competere con il suo più temibile avversario: Google.
Una scelta, quella della Dow Jones & Company che scatena qualche legittima perplessità, come fa giustamente notare Fabio Gozzo dalle pagine dell’ Hardware Upgrade:
“A suscitare interesse è proprio la scelta di affidare il sistema pubblicitario a Microsoft. La compagnia Dow Jones & Company, publisher del Wall Street Journal, è stata infatti acquisita dalla News Corporation di Rupert Murdoch lo scorso anno. Tra le varie compagnie, Murdoch è proprietario anche di MySpace: quest’ultima società ha siglato accordi per la gestione dell’advertising con Google , acerrimo rivale di Microsoft nel mercato pubblicitario.”
Intanto, Brian McAndrews, vice presidente dell’ Advertiser and Publisher Solutions di Microsoft, fa sapere che l’ accordo siglato con il Wall Street Journal Digital Network rappresenta una vittoria importante per la sua società per due ragioni fondamentali:
“First, it makes the extended Microsoft advertising network the premier destination for advertisers interested in reaching financially minded users, as it complements our offering in this vertical through MSN Money and other syndication partners. Second, this deal is a strong indicator that we’re gaining significant traction with our advertising platform. The Wall Street Journal Digital Network is one of the largest financial services publishers in a very dynamic vertical segment, and we’re delighted to add it to our portfolio.”
Il Wall Street Journal è il più grande giornale online con sottoscrizione a pagamento: con oltre 1 milione di utenti abbonati e più di 20 milioni di visitatori unici al mese, il WSJ è certamente un partner ideale per chi come Microsoft intende dominare la gestione dell’ advertising online.
A questo punto, non rimane che attendere i primi frutti dell’ accordo e, con essi, le contromosse degli avversari. Perché, possiamo esserne certi, né Yahoo! né Google si accontenteranno di incassare il colpo inferto da Microsoft!
Nessuna grazia al domain tasting
La tecnica del domain tasting ha fatto guadagnare a scaltri e avveduti registrars svariati milioni di dollari. Google dice basta: nessun guadagno dall’ affiliazione al circuito Adsense per i domini che hanno meno di cinque giorni di vita.
Per comprendere le ragioni della decisione presa da Big G è necessario spiegare in cosa consiste la pratica del domain tasting e, soprattutto, cosa si intende per Add Grace Period.
Domain Tasting
La ICANN, Internet Corporation for Assigned Names and Numbers, stabilisce che durante i primi cinque giorni che seguono la registrazione di un nome a dominio, l’ acquirente può usufruire di un periodo di prova, definito “grace period“, utile a testarne la commerciabilità in termini di traffico generato.
Il modo più efficace per valutare la “marketability“di un nuovo nome a dominio è certamente quello di eseguire, in un lasso di tempo determinato, una cost-benefit analysis, piazzando sul sito degli annunci pubblicitari del tipo “Adsense di Google“.
La cosa più importante da sottolineare è che le operazioni di domain tasting non hanno nessun costo: se, al termine dei cinque giorni di prova, si decide di cancellare la registrazione del dominio, la spesa affrontata inizialmente viene completamente rimborsata.
Proviamo ad immaginare a questo punto chi potrebbe trarre maggiore beneficio dalla pratica di domain tasting.
Non occorre certo una mente superiore per rispondere a questa domanda. I principali speculatori sono proprio i grandi registrars. E’ stata proprio la loro avidità a far scattare l’ allarme, inducendo Google a prendere una decisione tanto drastica.
Quando parliamo di “avidità” non lo facciamo per enfatizzare i toni dell’ articolo. Semplicemente, è questo il termine più appropriato per definire il comportamento di chi registra milioni di nomi a dominio all’ unico scopo di sfruttare i cinque giorni di domain tasting, guadagnando milioni di euro con gli Adsense.
Trascorsi i cinque giorni, si passa alla cancellazione della registrazione per poi riattivarla successivamente. E via al circolo vizioso.
Noi condividiamo la scelta di Google, anche perché questi meccanismi hanno un altro risvolto negativo: registrando milioni di nomi a dominio, i registrars costringono acquirenti realmente intenzionati all’ acquisto di un dominio adatto alle proprie esigenze di business a partecipare a delle aste. In questo modo, il mercato dei nomi a dominio risulta pilotato e caratterizzato da prezzi notevolmente gonfiati rispetto al valore reale.
Per un approfondimento, rimandiamo alla fonte della notizia:
Google to kill domain tasting – Domain Tools Blog
Competere sul web grazie all’analisi
La web analytics come strumento essenziale per competere sul web e portare un’azienda al successo.
Le web marketing agency che promuovo servizi di search engine optimization sono ormai molte e per l’ utente interessato all’ acquisto di uno di questi servizi diventa sempre più difficile scegliere il partner ideale per la propria campagna di web marketing.
Esistono elementi determinanti il valore aggiunto di una web marketing agency?
Un buon portfolio clienti, case history dettagliati e una descrizione chiara e puntuale della metodologia di lavoro costituiscono senza dubbio elementi determinanti.
Questi elementi consento di valutare il prestigio di una web agency, il suo livello di competenza in settori differenti e, non ultimo, il suo grado di professionalità.
Si tratta, in ogni caso, di prime impressioni. E non sempre le prime impressioni corrispondo al vero.
Non intendiamo affermare che non sia possibile affrontare una scelta come questa in maniera consapevole. Di certo, un’ azienda che decide di acquistare un pacchetto di servizi di search engine marketing è in procinto di investire e in ogni investimento che si rispetti c’ è sempre una percentuale di rischio.
Esiste, tuttavia, un elemento importante, capace non solo di veicolare la scelta iniziale dell’ azienda, ma di confermare per tutto il corso della campagna se tale scelta rientra negli investimenti positivi o negativi.
Tale elemento si chiama “web analytics” e rappresenta il fulcro di una buona campagna di search engine marketing.
La web analytics è una disciplina che richiede molta esperienza oltre che una spiccata predisposizione alla pluridisciplinarità.
Quali sono le abilities di un buon web analyst?
- Reporting
Fornire una documentazione reportistica puntuale che consenta di valutare il buon andamento della campagna e di riconoscere eventuali errori commessi. Il Reporting consente di monitorare la campagna di web marketing e di ottimizzare l’ insieme delle attività svolte. Infine, il reporting offre al cliente stesso la possibilità di capire, passo dopo passo, in cosa consiste la messa a punto di una strategia di web marketing e a quali risultati si possono raggiungere grazie ad una sua corretta attuazione. Analisi Strategica L’ analisi diviene indispensabile per l’ acquisizione di strategie utili a generare traffico verso il sito web. Il confronto tra le diverse tecniche adottate, consente di individuare quelle che meglio si inseriscono in un determinato business plan. Comprensione Il lavoro svolto dal web analyst consente di valutare il comportamento dell’ utente che naviga sul sito web. Valutarne il comportamento significa comprendere il significato delle sue azioni e trovare risposta ad una serie di quesiti fondamentali:
• Come è arrivato al nostro sito? In modo diretto? Tramite un motore di ricerca? Tramite un referrer esterno?
• Se è arrivato sul sito tramite un motore di ricerca, con quale keyword?
• Quali aree del sito che suscitano maggiormente il suo interesse?
• Quanto tempo trascorre complessivamente sul sito?
• Quali aree del sito si mostrano deboli o incapaci di catturare la sua attenzione?
• Dopo quanto tempo egli abbandona il sito?
• Prima di abbandonare il sito, ha risposto positivamente alla nostra chiamata all’ azione?
- Inserimento
Il web analyst deve essere in grado di aderire perfettamente alla strategia promozionale adottata dall’ azienda. Il suo lavoro non consiste in una fredda raccolta di dati. Al contrario, il suo contributo al successo dell’ Internet Business Plan adottato dall’ azienda è davvero considerevole. Per questa ragione, egli dovrà comprendere a pieno quelli che sono gli obiettivi di business che l’ azienda intende raggiungere nel mercato dell’ online: avendo ben chiaro in mente il traguardo finale, egli saprà individuare la strada migliore per raggiungerlo.
- Esplorazione
Questa componente è strettamente legata all’ abituale modo di procedere del SEO. Il web analyst lavora per fornire al SEO elementi utili alla definizione di una strategia vincente e al conseguente mantenimento dei risultati conseguiti. Tuttavia, è opportuno ricordare che ogni caso presenta caratteristiche sue proprie. Il SEO non si limita a mettere in pratica un insieme di regole prestabilite e valide a priori. Il suo lavoro richiede verifiche costanti e la messa a punto di strategie ad hoc che si sposano di volta in volta con le esigenze del suo cliente. Il web analyst lo assiste in questo lungo processo di ottimizzazione del sito, monitorando la resa di ogni singolo intervento e valutandone la reale efficacia ai fini del posizionamento e della produzione di traffico.
Per un approfondimento ulteriore, rimandiamo ad un interessante articolo di Stéphane Hamel su iMedia Connection. Titolo dell’ articolo: “3 Key Skills for Web Analysts“
COMMUNIA Workshop
Venerdì prossimo (19 Gennaio 2008), si terrà a Torino il primo Workshop di COMMUNIA Thematic Network, la rete tematica europea sul pubblico dominio in ambiente digitale.
L’ evento torinese è parte integrante di un più ampio progetto, finanziato dalla Commissione Europea e facente parte del programma eContentplus, “multiannual Community programme to make digital content in Europe more accessible, usable and exploitable” .
Coordinato dal Politecnico di Torino e da NEXA Research Center for Internet and Society, COMMUNIA intende diventare il principale punto di riferimento Europeo per tutte le questioni, sia teoriche sia progettuali, relative al pubblico dominio in ambiente digitale.
Obiettivo fondamentale di COMMUNIA è quello di evidenziare le connessioni esistenti, e preannunciate per il futuro, tra il progresso scientifico, l’ innovazione tecnologica, lo sviluppo culturale e il cambiamento socio-economico, da un lato, e l’ uso sempre più significativo delle tecnologie digitali per la diffusione delle informazioni in Europa, dall’ altro.
“The emergence of the “knowledge society” and of new modes of production, consumption, elaboration and re-elaboration of information and of information-based goods, in both the private and public sectors and across all kinds of human action, forces a general rethinking of the economic and social effects of policies that impact on such information and information-based goods, a part of which are the topic of the COMMUNIA project.”
Al Workshop di Torino, si discuterà di due questioni fondamentali, entrambe legate al tema del pubblico dominio in ambiente digitale:
- Open Access: libero accesso ai dati della ricerca scientifica, se raccolti in articoli di ricerca debitamente pubblicati.
- Open Access: libero accesso alle informazioni che circolano in ambiente digitale.
Si cercherà di approfondire il tema delle “licenze”: da un approccio “all rights reserved” si passerà ad un approccio “some rights reserved”, che porta i legittimi proprietari di opere di ingegno, pubblicate in ambiente digitale, a rinunciare a parte dei propri diritti in materia di copyright.Prenderanno la parola i rappresentanti di Creative Commons, membri di Communia e divulgatori di una delle licenze “open access” più note ed utilizzate del web.
- Orphan Works: sono molte le opere “orfane” che circolano in ambiente digitale.
Queste opere risultano comunque protette dalla legge sul copyright, ma l’ assenza di un autore legittimo, non consente di ottenere le dovute autorizzazioni a chiunque desideri farne un uso consentito. In altri termini, le opere orfane risulterebbero in linea di principio addirittura più inaccessibili delle opere con paternità attribuita.
Tra i relatori che parteciperanno al Communia Workshop di Torino, segnaliamo:
- Simone Brunozzi (BeeSeek)
- Rob Davies (ePSIplus Thematic Network)
- Francois Déchelle (Creative Commons France)
- Séverine Dusollier (FUNDP – Centre de recherche informatique et droit)
- Rishab Ghosh (MERIT, University of Maastricht )
- Jonathan Gray (Open Knowledge Foundation)
- Robert Horvitz (Open Spectrum Foundation)
- Keith Jeffery (Current Research Information Systems)
- Antonio Lioy (Politecnico di Torino, OpenTC project)
- Stefano Quintarelli (Internet evangelist)
- Xavier Serra (Universitat Pompeu Fabra, Music Technology Group)
- Kaitlin Thaney (Science Commons)
- Nathan Yergler (Chief Technology Officer for Creative Commons)
La lista dei relatori che abbiamo riportato sopra è tratta dall’ articolo “1st COMMUNIA International Workshop Technology and the Public Domain” e riporta solo i nomi dei relatori che hanno già dato conferma di partecipazione. Per ulteriori informazioni sul progetto e sul workshop torinese, rimandiamo al sito ufficiale di COMMUNIA – European Thematic Network on the Digital Public Domain.
BigThink – Pensa, discuti, condividi

Intellettuali, scienziati, politici, docenti universitari, manager e liberi pensatori, a partire da lunedì, si incontrano su BigThink, social network interamente dedicato al dibattito, alla discussione e alla condivisione di idee.
Lo hanno definito “YouTube delle idee“. Probabilmente, perché tra i suoi ideatori ritroviamo uno dei padri del social network più famoso del mondo: Peter Hopkin.
Con lui, Victoria Brown e l’ ex Ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Lawrence H. Summers, quest’ ultimo in veste di finanziatore del progetto.
Tutti invitati a partecipare, naturalmente. Purché si abbia interesse a discutere di economia, storia, filosofia, scienza, tecnologia, comunicazione, new media, ecologia, arte o cultura.
Si parla anche di Internet, ovviamente.
Tra le interviste presenti attualmente in questa sezione del network, segnaliamo quella a Jimmy Wales co-fondatore di Wikipedia.
Da leggere assolutamente anche la pagina in cui viene spiegata la mission di BigThink.
Un breve abstract:
This is a digital age, one in which a wealth of accessible information empowers you, the citizen-consumer. But where is the information coming from? How accurate and unprocessed is it, really? Ask yourself this: how empowered do you feel debating a television screen or a newspaper?
Our task is to move the discussion away from talking heads and talking points, and give it back to you. That is Big Think’s mission.
Meccanica delle Conversioni
Buon 2008 a tutti!
Si ricomincia con un articolo dedicato agli utenti/clienti della rete.
Brandt Dainow in “Anatomy of a website visitor” afferma che i potenziali clienti di Internet, in seguito all’ analisi dei loro percorsi di visita, possono essere suddivisi in tre categorie:
- Curiosi o dediti all’ “infotainment”. Utenti non interessati ad un acquisto immediato. Navigando in Internet, si imbattono in una pagina web che descrive e promuove un prodotto che suscita il loro interesse e cominciano a raccogliere informazioni utili per un eventuale acquisto futuro.
- Utenti intenzionati all’ acquisto, ma in un secondo momento. Sono gli utenti che trascorrono più tempo sul sito. Essendo davvero intenzionati ad acquistare il prodotto, vogliono essere sicuri di poterlo fare alle condizioni migliori. Per questa ragione, trascorrono molto tempo in rete per leggere descrizioni, comparare prezzi, scovare offerte, etc. Potremmo definire questa fase del processo di acquisto, “fase di ricerca e documentazione”.
- Utenti intenzionati all’ acquisto. Un utente che ha già deciso di acquistare un prodotto on line, non trascorre molto tempo sul sito web, poiché la ricerca di informazioni è avvenuta in un primo momento. Egli sa già come muoversi sul sito, lo ha scelto tra tanti oppure ne è stato subito conquistato. Probabilmente, ha già visitato il sito molte altre volte. Di solito, l’ utente che si trasforma in cliente ha già attraversato le due fasi sopra descritte: la prima fase di “infotainment” e la seconda fase di “ricerca e documentazione”.
L’ azienda che intende affermare i propri prodotti nel mercato dell’ on line, deve concentrarsi soprattutto sulle prime due tipologie di utenti.
Analizzando i loro percorsi di visita, il tempo di permanenza sulle singole pagine del sito web, le aree sulle quali è stata focalizzata la loro attenzione, le chiavi di ricerca attraverso le quali il sito è stato individuato, si potranno raccogliere dati fondamentali per la messa a punto di una valida strategia di web marketing.
Il concetto di “Meccanica delle Conversioni” risulta piuttosto efficace perché pone l’ accento sull’ importanza di una statistica applicata al Search Engine Marketing.
L’ analisi delle statistiche deve riguardare, suggerisce Dainow, tanto il “visit effect” quanto il “purchase effect“: gli effetti prodotti sull’ utente che visita il vostro sito e gli effetti prodotti sul cliente in seguito all’ acquisto del prodotto pubblicizzato.
Oltre a fornire informazioni utili, il nostro sito deve essere in grado di generare motivazioni.
Siamo davvero in grado di convincere l’ utente che il nostro prodotto è migliore rispetto a quello della concorrenza? Sappiamo comunicargli sul piano emozionale che il prodotto che intendiamo vendergli corrisponde esattamente a ciò che egli sta cercando?
Infine, è necessario valutare in che modo i diversi elementi presenti sul sito si combinano tra di loro e con quale efficacia essi riescono ad interagire con le differenti tipologie di utenza individuate.
Advertising Online: cresce la spesa europea nel 2007
E’ quanto afferma una previsione di IAB Europe, che mette a confronto la spesa sostenuta nel 2006 in attività di advertising online con la spesa sostenuta dai singoli Paesi europei da Gennaio a Ottobre 2007.
Se nel 2006 la spesa complessiva era stata di 8 milioni di euro, la spesa stimata per il 2007 dovrebbe raggiungere quota 11,5 milioni di euro. Un incremento del 38% rispetto allo scorso anno.
La spesa totale viene suddivisa nei seguenti ambiti:
“Display advertising, search marketing, classifieds and directories and email marketing.”
Proviamo a definire queste differenti forme di advertising online:
Display Advertising
Campagne promozionali che mostrano annunci pubblicitari su siti o pagine web capaci di attrarre il medesimo target di utenza per il quale è stato concepito l’ annuncio.
Il display advertising concepisce l’ annuncio pubblicitario in vari formati: banner, bottoni, moduli, video streaming, ma anche minisiti sviluppati ad hoc per campagne particolari.
In una campagna di Display Advertising, l’ annuncio viene sempre accompagnato da un’ immagine: un logo, una mappa, una fotografia, un disegno, un video. L’ immagine può mostrarsi statica oppure dinamica.
Caratteristica indispensabile di un display ads è l’ immediatezza: l’ annuncio deve catturare l’ attenzione dell’ utente in pochi secondi. Per farlo, deve necessariamente utilizzare messaggi concisi e diretti, immagini accattivanti o stream audio/video di durata massima pari a 30 secondi
Buona, ad esempio, l’ offerta di display advertising proposta dal network Yahoo!:
Search Marketing
Non credo ci sia bisogno di enumerare i vantaggi di una campagna di search marketing. Comparire nelle prime posizioni dei principali motori di ricerca e mostrarsi all’ utente nel momento in cui egli ha mostrato un interesse particolare per i nostri prodotti o servizi significa trovarsi già a buon punto nel processo di vendita online. E’ evidente, tuttavia, che il posizionamento da solo non basta: una campagna di Search Marketing dovrebbe curare anche quella fase del processo di acquisto che comincia quando il nostro potenziale cliente è approdato sul nostro sito web.
Articoli di approfondimento sul Search Marketing:
Classifieds and Directories
Gli annunci promozionali vengono classificati in categorie e pubblicati all’ interno di directories tematizzate che forniscono informazioni dettagliate su società, enti, organizzazioni, associazioni, professionisti, industrie e aziende etc.
Un buon esempio è offerto dalla directory di Google:
Email Marketing
I messaggi promozionali vengono indirizzati al proprio target di utenza attraverso la posta elettronica. L’ email marketing rientra nelle strategie di marketing diretto e sembra piacere molto alle aziende per i suoi costi contenuti oltre che per l’ immediatezza nella trasmissione dei messaggi. In molti casi, l’ email marketing è stato sostituito alle strategie di marketing diretto che utilizzano supporti cartacei. L’ email marketing è facilmente tracciabile ovvero consente a chi gestisce la campagna promozionale di conoscere in tempo reale il numero di utenti che ha visualizzato il messaggio. Su Internet sono disponibili anche dei software per la gestione di campagne di email marketing. Spesso venduti sotto forma di licenza ad uso limitato (consentono, ad esempio, di inviare un massimo di 1000 e-mail per ogni licenza), questi software presentano costi piuttosto contenuti.
Google Knol Project
Trovare il miglior sistema per consentire alle persone di condividere la loro conoscenza.Questo è l’ obiettivo principale di Larry, Sergey e Eric, le tre vette di Google Inc.
Così affermano sul Blog Ufficiale di Google, annunciando la nascita di un nuovo servizio made in Mountain View: si chiamerà “Knol“, abbreviazione di “knowledge” e preannuncia di diventare il principale concorrente di Wikipedia:
Earlier this week, we started inviting a selected group of people to try a new, free tool that we are calling “knol”, which stands for a unit of knowledge. Our goal is to encourage people who know a particular subject to write an authoritative article about it. The tool is still in development and this is just the first phase of testing. For now, using it is by invitation only. But we wanted to share with everyone the basic premises and goals behind this project.
Come si può facilmente intuire, il funzionamento di Knol sarà piuttosto simile a quello dell’ ormai affermata Wikipedia. Forse, l’ unica differenza riguarderà gli autori che parteciperanno alla realizzazione dei testi pubblicati sulla nuova enciclopedia libera del web. Ogni articolo pubblicato su Knol sarà accompagnato dal nome del suo autore. In questo modo, l’ utente che deciderà di utilizzare le informazioni contenute nell’ articolo, avrà l’ opportunità di attribuirne la paternità ad una persona fisica e non ad una pagina web come avviene con Wikipedia.
The key idea behind the knol project is to highlight authors. Books have authors’ names right on the cover, news articles have bylines, scientific articles always have authors — but somehow the web evolved without a strong standard to keep authors names highlighted. We believe that knowing who wrote what will significantly help users make better use of web content. At the heart, a knol is just a web page; we use the word “knol” as the name of the project and as an instance of an article interchangeably. It is well-organized, nicely presented, and has a distinct look and feel, but it is still just a web page. Google will provide easy-to-use tools for writing, editing, and so on, and it will provide free hosting of the content.
Semplice, ma accattivante come vuole la tradizione di Google, Knol si presenterà agli utenti della rete che sono a caccia di informazioni più o meno così:
(Ciccate sull’ immagine per vedere l’ anteprima di Knol a schermo intero)
La promessa di Google & Co?
Writers only need to write; we’ll do the rest.
Quando il SEO promette e non mantiene
Lavorando nel settore della Search Engine Optimization, ci si ritrova spesso nella condizione di dover far fronte a richieste che non sempre possono essere assolte.
Un SEO deve essere in grado di riconoscere quelle situazioni in cui la cosa migliore da fare è dire “no”.
Questo è quello che afferma Scott Smigler, CEO di Exclusive Concepts e autore di un interessante articolo pubblicato su iMedia Connection:
It’s a classic problem every agency owner faces — when to say no. The question takes on special dimensions in the search engine optimization (SEO) field, where the problem of agencies over-promising and under-delivering is an all too frequent occurrence.
Very often, clients come to us after they’ve had bad experiences with other internet marketing firms, or have tried and failed to do the project “on the cheap” using someone’s friend or cousin, making their projects even more urgent, their time frames shorter, and their skepticism, frustration and mistrust of our business even higher.
Saying no is the ultimate test of an agency’s ethical posture.
Una campagna SEO richiede la messa a punto di strategie promozionali che non hanno nulla a che vedere con l’ acquisto di uno spazio pubblicitario. Una campagna pay per click, ad esempio, è in grado di garantire risultati più immediati, ma anche più costosi nel lungo termine. A quanto pare, gli utenti preferiscono i risultati organici perché essi ispirano maggiore fiducia. Una campagna SEO deve, innanzi tutto, preoccuparsi di tenere nella dovuta considerazione tre elementi che necessitano di interagire tra loro in maniera armonica:
• Il Motore di Ricerca
Con i suoi algoritmi, stabilisce il grado di rilevanza di un sito web e ordina i risultati delle ricerche effettuate dagli utenti.
• Il cliente
La sua unica preoccupazione è ottenere un ranking competitivo, un traffico consistente sul sito e un numero elevato di vendite online.
• L’ utente
E’ alla ricerca di informazioni originali e dettagliate, predilige i siti che rispettano i principi di usabilità e che consentono una facile navigazione tra le diverse pagine web, unita ad una immediata reperibilità dei contenuti.
Questa è la differenza sostanziale tra Campagne SEO e Campagne Pay per Click.
Quando dire no?
Sicuramente, quando un cliente si presenta da noi con un sito web che ancora non esiste, chiedendoci di posizionarlo in testa ai principali motori di ricerca, magari dalla sera alla mattina.
Per semplificare, è giusto dire di no a quei clienti che si presentano da noi convinti che sia sufficiente applicare formule ad hoc per ottenere risultati immediati.
Il posizionamento sui motori di ricerca richiede tempo. I SEO non sono dotati di bacchetta magica. I primi posti sui motori di ricerca non si raggiungono in un batter di ciglia.
Al rifiuto di un SEO non è detto non possa seguire una collaborazione proficua.
E la storia che Smigler ci racconta nel suo articolo:
Remember that merchant who wanted the online store in two weeks? Here’s what he ultimately decided:
“Screw it. I know your reputation. I still want you guys to develop the site. If you do it, I know it will get done right.”
“La debolezza di Yahoo!” – continua il giornalista – “è un grosso problema per tutti i protagonisti del settore Internet. La ragione è semplice: la quota di pubblicità di Yahoo! non cresce quanto potrebbe. Vuol dire che non contrasta in modo efficace il leader di mercato Google. E i mercati hanno paura dei monopoli di fatto”.